‘RESISTERE ALL’OCCUPAZIONE’

Comunicato stampa dell’iniziativa ‘Resistere all’occupazione’

Martedì 8 novembre 2011 alle ore 21.30 presso la Sala Castellani del Collegio Raffaello (Piazza della Repubblica, Urbino) si terrà l’incontro pubblico con Mousa Abu Marya, presidente del Palestine Solidarity Project.

La presenza di questa importante personalità della resistenza non-violenta all’occupazione israeliana dei territori palestinesi servirà da occasione per trattare le diverse pratiche di lotta non-violenta in medioriente, a partire dal lavoro del Palestine Solidarity Project, passando per la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDSmovement) contro Israele per arrivare all’esperienza di lotta unitaria in Palestina/Israele di Anarchici Contro il Muro.

L’iniziativa ‘RESISTERE ALL’OCCUPAZIONE’ (alla quale aderiscono il collettivo C1 Autogestita, il collettivo Drude, la Campagna Solidarietà Palestina delle Marche, la Federazione dei Comunisti Anarchici di Fano e Alternativa Libertaria di Fano) è inserita all’interno del ciclo di incontri pubblici ‘(R)Esistenze Anomale’, progetto dell’associazione Studenti in Movimento che per il terzo anno consecutivo cerca di dare voce a tutte le nuove forme di resistenza all’oppressione e alle ingiustizie del tempo presente.

All’incontro sono invitati non solo gli studenti, ma tutti i cittadini di Urbino che hanno a cuore la causa del popolo palestinese.

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DAL PALAZZO DUCALE DI URBINO… GIU’ LE MANI DALLA VAL SUSA!

Domenica 23 ottobre in occasione della manifestazione del movimento No-Tav un gruppo di studentesse e studenti universitari sono entrati al Palazzo Ducale di Urbino ed hanno esposto uno striscione di solidarietà alla Val di Susa in lotta (GIU’ LE MANI DALLA VALSUSA).

Dopo la grande giornata di mobilitazione del 15 ottobre a Roma si rendeva necessario rilanciare l’unità delle lotta e riaffermare un diritto alla resistenza che nessuna mistificazione politico-mediatica può riuscire ad arginare. La Val di Susa risponde per prima a queste esigenze: ‘la valle che lotta e che resiste’ è tornata a ribadire con la chiamata nazionale ‘Diamoci un taglio’ il netto rifiuto al disastro ambientale ed economico che il progetto TAV porta con sé.  Le reti tagliate sono diventate simbolo di abusivismo e speculazione, in un paese in cui vengono tagliati 40 miliardi di euro a sanità, istruzione e reddito, e investiti altrettanti  40 nella realizzazione di un progetto inutile, ma finanziato con denaro pubblico.

I finanziamenti destinati alla realizzazione della Torino-Lione sono ingenti e, a dispetto di tutti i vantaggi sbandierati dai grandi partiti politici, dal PD al PDL passando per la Lega Nord,  questo progetto altro non è che un brutale asservimento di un intero territorio e della sua popolazione al profitto di pochi.

Non siamo disposti ad assistere allo sventramento di montagne piene d’amianto e alla conseguente perdita di ogni prospettiva di turismo eco-sostenibile. La realizzazione del progetto comporterà inoltre la distruzione di un intero territorio e delle peculiarità che ne hanno sempre favorito l’agricoltura, rendendo una delle più belle valli  del nostro paese un enorme cantiere a cielo aperto.

Quella del movimento No-Tav è una lotta ventennale a difesa delle future generazioni che in quella valle dovranno vivere, ma soprattutto un’opposizione collettiva ad una pratica politica autoritaria: l’imposizione di leggi, direttive e progetti. In Val di Susa ad essere messo in discussione è quindi un modello di sviluppo che passa sopra le esigenze dei territori e delle popolazioni coinvolte nella realizzazione di grandi opere. Per questo la lotta alla TAV riguarda tutti.

In Val di Susa la politica istituzionale risponde all’opposizione sociale con la militarizzazione della valle, arresti, fogli di via, perquisizioni, cariche e lacrimogeni, chiudendo di fatto ogni spazio di agibilità politica a chi decide di schierarsi e dire no. Questo lo abbiamo imparato dallo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena e dalla manifestazione del 3 luglio, passando per le ricorrenti ondate repressive che hanno colpito i valsusini e i militanti impegnati nella lotta NO TAV.

Questa è la violenza che denunciamo a gran voce, la violenza ‘democratica’, quella abbellita dai giornali che all’informazione hanno sostituito la persuasione.

Per queste ragioni siamo al fianco dei valsusini, convinti ora più che mai che contro lo stupro della valle e la violenza di una politica piegata ai grandi interessi economici, resistere è giusto.

SOLIDARIETA’ ALLA VAL DI SUSA IN LOTTA!

 

Le studentesse e gli studenti di Urbino in mobilitazione

 

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OLTRE L’INDIGNAZIONE PRATICHIAMO CONFLITTI! (Sul 15 ottobre ed oltre…)

Ad una settimana dalla manifestazione del 15 ottobre a Roma riprendiamo parola per proporre, dopo tanta speculazione mediatica e politica, la nostra analisi rispetto a quella giornata e alla fase di lotta che stiamo attraversando. Il documento che presentiamo è frutto della discussione che abbiamo svolto in due diversi momenti. Un primo incontro si è svolto nell’Aula C1 Autogetita del Nuovo Magistero, il secondo nello spazio messo a disposizione dal Centro Donna di Urbino. L’intervento è stato letto all’assemblea che si è svolta giovedì 20 ottobre presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna (via Zamboni, 38), riscuotendo un discreto consenso.  

 

Oltre l’indignazione pratichiamo conflitti!

Alla riflessione sul 15 ottobre vogliamo apporre una premessa fondamentale: la manifestazione di Roma ci mostra, al di fuori della retorica pressappochista tesa a isolare ed emarginare le pratiche di lotta più radicali, un primo ed enorme momento di opposizione globale alla crisi e alla progressiva degenerazione dei suoi effetti che, come a più riprese abbiamo ribadito, ricadono solo e soltanto sulle fasce più deboli della popolazione.

Le strade di Roma hanno visto manifestare 400 mila persone che in piazza hanno portato contenuti precisi ed obiettivi chiari, che non possono prescindere dal totale rifiuto del sistema economico dominante che ha ridotto chi ci governa a servile esecutore di diktat imposti da istituzioni sovranazionali, BCE su tutte. Milioni di persone in tutto il mondo hanno preso parte alla giornata di mobilitazione mostrando chiaramente che un’opposizione sociale e politica praticata dal basso esiste, e deve ripartire dalla difesa e dall’ampliamento dei diritti, specialmente per le categorie più disagiate e relegate ai margini del nostro mondo.

Questo processo di opposizione trova la sua ragion d’essere nella lotta contro l’imposizione di politiche neoliberiste volte a tutelare banche e grossi gruppi finanziari dalla crisi economica, tagliando la spesa sociale, deregolamentando il mercato del lavoro, chiudendo i confini, e permettendo che pochi si impossessino e gestiscano la ricchezza sociale. Stiamo lottando perché non si chiuda ogni prospettiva a studenti, precari, lavoratori, migranti e comuni cittadini, dai centri urbani alle periferie. Costruiamo percorsi radicali anche perché siamo coscienti del fatto che nessuno è più disposto a fare sacrifici a favore di banche e grossi gruppi finanziari, nessuno è disposto a rinunciare ai diritti sociali conquistati con dure lotte.

Chi  è sceso in piazza il 15 ottobre è accomunato, seppure nella differenza delle pratiche e delle rivendicazioni specifiche, da un di senso di smarrimento causato dalla precarietà delle proprie esistenze e dalla rabbia per le condizioni sociali a cui si è costretti, una richiesta di cambiamento che da anni lotta per contrastare le politiche della crisi. Questa è l’anima dei movimenti, delle individualità e dei collettivi che hanno manifestato a Roma, gli stessi che da anni manifestano dissenso e rivendicano diritti, puntualmente repressi, criminalizzati a priori e, quando accolti in sede istituzionale, ripetutamente frustrati nei loro intenti, ma comunque mai messi a tacere.

I fatti di Piazza San Giovanni vanno letti in questo contesto: nessun addestramento specifico, nessun gruppo paramilitare, nessuna regia occulta, semplicemente  il dirompente manifestarsi di un disagio generazionale e non solo, l’esplosione di un’emergenza sociale che la politica è incapace di recepire e affrontare in maniera concreta. Nonostante i leggendari racconti dei media sulla gente nera e cattiva che ha messo a ferro e fuoco Roma, dovrebbe oramai essere chiaro che dietro quei volti coperti e quelle barricate c’è la parte di questo paese dichiarata sconfitta prima del tempo, quella parte della popolazione che la crisi non l’ha provocata ma che, paradossalmente, la sta pagando e, nei disegni della classe dirigente, dovrebbe continuare a pagarla. C’è la nostra ribellione ad un presente di ingiustizia ed un futuro negato,  dove non esistono più diritto al lavoro, alla casa, allo studio, all’accoglienza. Qualcuno sembra aver dimenticato che il conflitto sociale è un fatto storico ricorrente, specialmente in tempi di crisi e di austerità. Per questo non ci scandalizziamo per le rivolte di piazza, anche violente, che sempre più spesso vediamo esplodere nelle città di tutto il mondo.

Resta comunque, dopo sabato, la necessità di una riflessione sulla capacità del movimento di rimanere coeso pur nelle differenze dei metodi di lotta. A Roma il 15 ottobre non si è andati verso i palazzi del potere ma si è praticato il conflitto in una piazza che sarebbe comunque stata del movimento, e che dopo gli scontri è rimasta desolatamente vuota. Questo ci pone la necessità di organizzare e coordinare collettivamente le pratiche di lotta, anche e soprattutto alla luce della capacità di resistenza che il movimento ha poi saputo dimostrare di fronte alla reazione delle forze di polizia. Ciò significa che le pratiche non si impongono, che  le forzature dividono e che le riflessioni condivise uniscono, anche se ciò implica fare autocritica. Non esiste una sola pratica di lotta e ancor di più non esiste un solo modo di radicalizzare le lotte. La pluralità delle pratiche va tutelata ed organizzata nella maniera più unitaria possibile.

Un’ultima perentoria presa di posizione è il rifiuto di qualsiasi tentativo di criminalizzazione della lotta e di divisione del movimento, a partire dalle pratiche delatorie. I blitz a tappeto, i riferimenti alla Daspo politica e vecchie reminiscenze come la legge Reale sono puri atti di intimidazione che non possono essere né tollerati né sottaciuti, ma che vanno denunciati pubblicamente come forme di tutela violenta dei processi decisionali, da cui si vuole escludere ogni forma  di dialogo con le opposizioni sociali.

Vogliamo riprenderci tutto ciò che ci hanno tolto e dobbiamo partire dagli spazi di espressione del dissenso. Ora più che mai, in un clima di terrorismo psicologico come quello a cui stiamo assistendo negli ultimi giorni, occorre rivendicare la legittimità della lotta senza cedere il passo alla strumentalizzazione politico-mediatica dei fatti di piazza San Giovanni. Vogliamo invadere le città, ma invaderle sul serio, bloccare le strade, le stazioni, varcare le zone rosse del potere e magari anche accamparci nelle piazze, per ribadire che nessuno può decidere sulle nostre vite rinchiuso in quei palazzi del potere che poi, quando le acque si sono calmate, vengono eretti a tempio della democrazia.

Per quanto ci riguarda, come studentesse e studenti dell’Università di Urbino, vogliamo da subito rilanciare le nostre lotte a partire da un serrato lavoro di denuncia sui responsabili e sulle conseguenze del peggioramento delle condizioni materiali degli studenti nella nostra città, gli “utenti” di una città campus che sta perdendo la sua vocazione originaria a favore di una gestione aziendale della vita studentesca. Ci riapproprieremo della ricchezza sociale che sappiamo produrre, sottoponendo a critica l’offerta formativa dell’ateneo di Urbino e mostrando la natura del meccanismo di indebitamento studentesco che Banca Marche insieme a Ersu e Regione stanno proponendo quale sostituto al diritto allo studio, ormai allo sbando e fortemente sotto finanziato. Continueremo a lottare per tutelare i diritti e garantire integrazione a tutte le fasce deboli della società, a partire dalle nostre compagne e i nostri compagni disabili.

Costruiremo le nostre lotte per un futuro diverso facendo vivere gli spazi sociali della città. Lotteremo sul territorio insieme a tutte le realtà che si esprimono modo critico e dialettico rispetto all’attuale situazione sociale. Quello che sta succedendo in questi giorni ci dice che l’emergenza sociale è generale e diffusa, il conflitto che ne deriva anche. A Roma sul nostro striscione c’era scritto: “Incompatibili con la crisi, inconciliabili con chi la governa”, il resto è storia da scrivere, gestione collettiva dei processi di opposizione alla deriva economico-sociale che ci sta investendo.

L’autunno è appena incominciato, oltre l’indignazione pratichiamo conflitti.

 

Le studentesse e gli studenti di Urbino in mobilitazione

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INCOMPATIBILI CON LA CRISI, INCONCILIABILI CON CHI LA GOVERNA!

Comunicato delle studentesse e degli studenti di Urbino verso il 15 ottobre

Sono due i pullman del movimento studentesco che partiranno oggi da Urbino per partecipare alla grande manifestazione ‘United for Global Change’ a Roma. Questo 15 ottobre sarà l’inizio di una nuova fase di una mobilitazione che ci vedrà impegnati a livello locale, nazionale e internazionale per resistere alla progressiva regressione dei diritti che ci viene imposta dalla classe dirigente in nome del rilancio dell’economia.

Siamo già precari ancor prima di poter pensare ad un progetto di vita e la condizione studentesca si va progressivamente svuotando di senso. Se lo scorso anno da studenti ci siamo mobilitatati per il drammatico taglio al diritto allo studio e contro la dismissione dell’università pubblica, oggi dobbiamo prendere nuova coscienza del fatto che l’arretramento nel campo dei diritti e il peggioramento delle condizioni di vita un esperienza comune a milioni di persone in questo paese ed in questa Europa.

La logica del sistema economico mira al profitto ed oggi si il potere economico ha deciso di perseguirlo attraverso nuove forme. Se non si possono fare più profitti nei commerci, bisognerà farli laddove ancora non si fanno. Nel tempo della crisi il pareggio di bilancio diventato il nuovo dogma della classe dirigente e fa il paio con un vecchio ritornello: bisogna tagliare e razionalizzare. Sulle ceneri del pubblico si ergono gli investimenti privati travestiti da miracoloso antidoto alla crisi. Vale per la finanziaria come per i bilanci di ERSU e Università. Si tagliano ancora le borse di studio (e si punta tutto sull’indebitamento studentesco), i trasporti e l’assistenza ai disabili, i corsi di studio e i servizi. Si taglia sui costi, come se i diritti delle persone fossero secondari, un ‘danno collaterale’ come si suol dire in ambiente militare. Tutti dobbiamo pagare, c’è la crisi.

Ma la crisi ha prodotto anche altro. Da diversi anni sono nati nei singoli territori nuove forme di resistenza in risposta all’attacco globale ai diritti ed ai beni comuni, che hanno supplito alla mancanza di risposte della sinistra istituzionale. Le parole di Genova 2001 hanno ritrovato la loro forza, e dalle lotte studentesche ai referendum di giugno hanno rappresentato un’ispirazione e fornito spunti di analisi per la crisi contemporanea. Il movimento studentesco di Urbino ha attraversato questa fase con la consapevolezza che se un’alternativa è possibile questa deve trovare concretezza nei territori dove la materialità di tagli e privatizzazioni è ben visibile, e dove ben visibili sono gli ‘amministratori della crisi’. Abbiamo quindi fatto tesoro in questi anni di uno slogan tanto semplice quanto significativo nelle pratiche di resistenza contemporanee: ‘pensare globalmente, agire localmente’.

La manifestazione internazionale del 15 ottobre riapre uno spazio globale di mobilitazione che noi faremo vivere nel nostro territorio. Ersu, Università e Comune. Banca Marche, Marche Multisevizi e Adriabus. Le decisioni di queste istituzioni pubbliche e private verranno da noi analizzate e denunceremo puntualmente tutti quei casi in cui a prevalere sarà l’interesse di pochi speculatori e non quello collettivo. Contrasteremo queste decisioni e queste istituzioni con tutte le nostre forze!

 Incompatibili con la crisi, inconciliabili con chi la governa!

 

Le studentesse e gli studenti in mobilitazione

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QUESTA NON E’ UN’ASSEMBLEA, QUESTO NON E’ IL NOSTRO STATUTO!

Questa mattina un gruppo di una ventina di studentesse e studenti dell’Università degli Studi di Urbino ‘Carlo Bo’ sono entrati in silenzio all’interno dell’aula magna della Facoltà di Economia, dove era in corso l’assemblea d’ateneo convocata dal Rettore per comunicare al personale dell’ateneo l’operato della commissione per la revisione dello Statuto, e hanno distribuito un comunicato dal titolo ‘Questa non è un’assemblea, questo non è il nostro Statuto!’ nel quale si denuncia l’iter antidemocratico del processo di riscrittura dello Statuto e si delinea una nuova strategia per il movimento studentesco.

Constata l’impossibilità di collaborare in maniera costruttiva con questo Rettorato le studentesse e gli studenti si danno il compito di svelare le problematiche reali che vive la comunità studentesca al di là dei singoli provvedimenti normativi e delle forme di concertazione istituzionali. Portare avanti un lavoro di inchiesta e di denuncia che apra la strada ad azioni collettivamente determinate è la strada che insieme abbiamo deciso di percorrere. Nel comunicato vengono inoltre aperti alcuni ambiti problematici che vorremmo approfondire rispetto all’operato dell’amministrazione: l’offerta formativa e il servizio di assistenza disabili. Due questioni esemplificative della gestione complessiva dell’ateneo.

“Chi ha scelto di agire il potere in maniera così autoreferenziale si assume una responsabilità che a lungo andare si rivelerà insostenibile. Noi lavoreremo affinché questa insostenibilità diventi evidente. Non saremo vostri complici. […] Il nostro autunno è appena cominciato e la vostra crisi siamo noi!”

Di seguito il comunicato distribuito questa mattina.

 

Lo Statuto dell’Università degli Studi di Urbino non ci interessa. Un’affermazione difficile da sostenere per chi ha lottato contro la riforma Gelmini e la dismissione dell’università pubblica. Difficile anche alla luce del tentativo fatto dal movimento studentesco di ottenere l’apertura di un processo realmente democratico all’interno della nostra università. Ma, nonostante tutto, rimane l’unica affermazione possibile a questo punto.

Questo statuto non ci interessa perché è frutto di un processo antidemocratico e l’assemblea d’ateneo convocata solo ora dal Rettore non è un’assemblea perché non sarà possibile in questa sede prendere alcuna decisione realmente condivisa. Si tratta per il Rettorato di comunicare quanto è stato deciso tra pochi, dando a questo momento la parvenza di uno spazio democratico. Quando lo scorso anno 500 tra studenti, dottorandi e ricercatori chiesero in un documento congiunto l’inserimento in commissione statuto di una maggior rappresentanza studentesca e di rappresentanze per dottorandi e precari, le proposte formulate non vennero neanche prese in considerazione. I componenti della Commissione Statuto sono stati di fatto scelti dal Rettore e dai baroni più influenti. In una situazione di questo tipo una prassi di tipo emendativo risulta impercorribile anche per i più volenterosi.

Oggi sentiamo il bisogno di ricominciare ad occuparci dei processi reali che stanno sconvolgendo il mondo della formazione ed il diritto allo studio in questo paese ed in questa città. Discutere sui singoli articoli della riforma Gelmini o dello Statuto diventa un esercizio di stile che non ci interessa più. Alla riforma mancano i decreti attuativi, allo statuto i regolamenti, e comunque nessuna di queste norme ci dice che fine farà l’università. Inoltre gli organi accademici di questo ateneo hanno già scelto in diverse occasioni di non applicare norme presenti in statuti, regolamenti, leggi dello stato. Un esempio, tra i più scandalosi, per tutti: nel vecchio statuto del nostro ateneo erano state inserite, per volontà della componente studentesca, delle tutele specifiche per garantire alle studentesse e agli studenti disabili diritto allo studio, alla mobilità e alla piena integrazione (art. 1  comma 8 e art. 4 comma 2). Queste tutele normative, che si sommano a quelle già presenti nella legislazione nazionale, non solo non hanno mai raggiunto l’obiettivo sperato, cioè di implementare i servizi che l’università forniva alle persone con disabilità, ma hanno palesato la loro inefficacia nel momento in cui l’ERSU ha espresso la volontà di non occuparsi più del servizio di assistenza. Ad oggi l’assistenza alle studentesse e agli studenti disabili rimane un problema aperto di cui diremo più sotto. Articoli, commi ed articolati normativi hanno palesato la loro astrattezza, le lotte per i diritti la loro concretezza.

 Per quale ragione interveniamo quindi in questa occasione? Per dichiarare pubblicamente la nostra strategia rispetto a quanto sta accadendo nel mondo universitario in generale e nel nostro ateneo in particolare. Non ci lasceremo più ingannare dalle finzioni concertative. Non apriremo nessun tavolo e non parteciperemo ad alcunagovernance (in italiano cupola). Chi ha scelto di agire il potere in maniera così autoreferenziale si assume una responsabilità che a lungo andare si rivelerà insostenibile. Noi lavoreremo affinché questa insostenibilità diventi evidente. Non saremo vostri complici. Per fare questo ci impegneremo in un lavoro di inchiesta e di denuncia. Mostreremo il Re nudo, incapace di gestire i servizi minimi, di  garantire la didattica e di dare spazio alla ricerca. Quando lo riterremo necessario costruiremo collettivamente azioni dirette che incidano immediatamente sulla condizione studentesca.Daremo corpo all’indignazione (leggi incazzatura!) che cova in una comunità impoverita, come quella accademica sicuramente ci appare.

L’università viene normalmente considerata il futuro di un paese. Da quanto emerge dal processo attraverso il quale si è arrivati a questa assemblea d’ateneo ed all’attuale formulazione dello statuto risulta evidente quanto preoccupante sia questo futuro. Corporativismo, cooptazioni e assenza di un dibattito pubblico serio e trasparente sono le principali caratteristiche che condannano un sistema che ha perso le sue capacità di progettazione e non riesce più a rappresentare una speranza per i giovani. Se per noi è evidente la dismissione dell’università pubblica, per qualcuno questo momento si sta rivelando un’occasione.

Non è vero che il processo di dismissione dell’università colpisce tutti allo stesso modo. Questa è la prima denuncia che va fatta. Il corpo universitario non è compatto, l’università pauperizzata è un campo di battaglia. Uno sguardo all’offerta formativa della Carlo Bo può dare l’idea di quanto sta accadendo: rispetto all’a.a. 2005/2006, anno in cui si conclude la fase di proliferazione dei corsi di laurea, oggi il numero dei corsi attivati dall’università di Urbino si è dimezzato, nonostante il Rettorato si ostini a mentire. Il problema qui non riguarda solo la riduzione dei corsi, ma il fatto che chiusure e accorpamenti non sembrano assolutamente rispondere a criteri didattici o scientifici. La tanto decantata ‘razionalizzazione’ si sta risolvendo in una spartizione tra  poteri accademici che si gioca tutta all’interno dei ‘nuovi’ dipartimenti (guidati da ‘vecchi’ baroni) in gurera tra loro, dove gli studenti non hanno alcuna voce in capitolo e la qualità dei saperi va via via regredendo. Continueremo ad indagare il danno culturale  causato dalla chiusura di corsi come quello di filosofia e in parallelo costruiremo, all’interno degli spazi che abbiamo conquistato in questi anni (C1Autogestita e Anfiteatro Liberato del Tridente),seminari interdisciplinari di autoformazione che rappresentino un’alternativa a questa università in decadenza. Meritiamo di meglio.

 Questa università ad oggi non è nemmeno in grado di accogliere degnamente persone con disabilità. Questa seconda accusa che muoviamo a chi guida la nostra università non è strumentale, ma nasce all’interno di lotte ed esperienze studentesche che ad Urbino proseguono da diversi anni. Nonostante vi siano, come accennavamo sopra, svariate disposizioni normative volte a garantire pari diritti e pari dignità alle persone con disabilità, oggi queste ultime si vedono di fatto discriminate all’interno del nostro ateneo. Il tavolo di concertazione sull’assistenza alle persone con disabilità, aperto lo scorso anno dopo le proteste studentesche, non sembra esser stato formato per essere risolutivo rispetto delle problematiche che viveva il servizio di assistenza dell’ERSU, di fatto autogestito dagli studenti ma sottoposto a costante minaccia di esternalizzazione (con tutte le conseguenze che quest’ultima avrebbe comportato in termini di distruzione del livello di integrazione raggiunta e di probabile medicalizzazione del servizio), ma per ridurlo ai minimi termini e distruggere quella realtà sociale formata da disabili e assistenti che negli anni ha dato tanto a questa città e a questa università. Quest’anno sono circa la metà i disabili che avranno l’assistenza a seguito  dell’introduzione, da parte della commissione disabilità, dei nuovi criteri di idoneità (più restrittivi anche per gli assistenti). Una studentessa o uno studente disabile per avere l’assistenza in questo ateneo deve avere lo stesso reddito di un idoneo alla borsa di studio, altrimenti deve provvedere la famiglia. La nuova commissione medica ha negato l’assistenza a due studenti rispettivamente con il 75 e l’80 per cento di invalidità certificata. I tre studenti disabili iscritti all’accademia di Belle Arti non avranno l’assistenza perché manca un accordo tra le varie istituzioni. E in tutto questo l’università non ha ancora elaborato il bando per i tutor didattici. Risultato: il servizio di assistenza non c’è anche se studentesse e studenti sono già arrivati e l’assistenza viene garantito dai rapporti di amicizia, dalla solidarietà e dal volontariato di altri studenti. A breve produrremo un’analisi dettagliata del percorso affrontato in questi ultimi anni dai disabili ad Urbino, ora ci premeva segnalare l’indecenza di una situazione di questo tipo, frutto di scelte che non hanno tenuto conto delle proposte che provenivano dal basso.

Chiudiamo annunciando la convocazione di un’assemblea generale studentesca per mercoledì 12 ottobre alle ore 21 presso l’Anfiteatro Liberato del Collegio Tridente. Riapriremo in quella sede alcune delle problematiche che colpiscono la comunità studentesca: lo ‘snellimento’ a cui sono sottoposte le borse di studio e l’inserimento di procedure di indebitamento studentesco, l’incertezza riguardo il futuro della convenzione sul trasporto degli studenti (anche di quelli disabili) che rischia di scomparire da gennaio, la condizione degli alloggi e il regolamento abitativo, l’aumento del costo della mensa e la qualità del servizio e tutto quanto emergerà nella discussione.

Il nostro autunno è appena cominciato e la vostra crisi siamo noi! 

 

Le studentesse e gli studenti in mobilitazione


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